Dalle forniture a Tunisia e Libia, ai centri in Albania fino al decreto flussi. Le “vittorie” dell’esecutivo sono solo propaganda. Sulla pelle delle persone – di Maurizio Ambrosini

L’immigrazione rappresenta una delle principali preoccupazioni del Governo Meloni. Vediamo i dati più rilevanti e le azioni intraprese nel 2024.

Al primo posto si collocano gli ingressi spontanei per asilo, che hanno catalizzato l’attenzione della comunicazione governativa. Non deve sfuggire tuttavia la distanza tra gli allarmi retorici e le cifre effettive: nel 2023, su 1.130.000 domande di asilo nell’Ue, l’Italia ne ha ricevute 136mila, poco più di circa il 12%, la Germania 351mila, e anche Francia e Spagna ne hanno registrate più di noi (rispettivamente 167mila e 162mila). Il governo, insieme a gran parte dei media e dell’opinione pubblica, confonde l’immigrazione con le richieste d’asilo, e le richieste d’asilo con gli sbarchi dal mare. Agendo su quest’ultimo aspetto, l’esecutivo dà l’idea di controllare l’immigrazione. Appena insediato infatti aveva reso più complicate e costose le attività di soccorso in mare da parte delle Ong. La diminuzione del pattugliamento umanitario delle acque del Mediterraneo centrale ha probabilmente inciso sul tragico bilancio delle vite perdute: 1.700 è la stima da parte di Unicef per il 2024.

Per ridurre gli sbarchi il governo ha intensificato gli sforzi di esternalizzazione delle frontiere: visite di Stato, accordi, aiuti economici e forniture militari a Tunisia e Libia hanno concorso a produrre i risultati desiderati. Al 30 dicembre 2024 si contano così 65.696 persone arrivate via mare, contro 156.844 del 2023. Quasi 21mila persone sono state intercettate dalla cosiddetta Guardia costiera libica e riportate nel girone infernale dei centri di detenzione di quel Paese, mentre altri abusi sono segnalati in Tunisia, come le deportazioni nel deserto. Tutto ciò nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica. Il controverso e finora fallito accordo per il trasferimento in Albania di una quota di richiedenti asilo è un altro capitolo della politica di esternalizzazione. Oltre alla volontà esplicita di deterrenza nei confronti dei candidati all’asilo, traspare anche in questo caso l’intento propagandistico: trasmettere l’immagine di un governo risoluto a fare ogni sforzo per tenere lontani i potenziali richiedenti asilo, riducendo al minimo il rispetto del dettato costituzionale (art. 10). La battaglia sulla lista dei Paesi sicuri (19 nell’ultima versione del governo italiano contro 22 della versione precedente e nove soltanto per la Germania) ha inoltre consentito al governo di battere la grancassa su due obiettivi ideologici: affermare il primato del potere politico su quello giudiziario, e delle politiche nazionali su quelle europee.

C’è però un altro capitolo della politica degli ingressi, di cui si parla molto meno, quello delle autorizzazioni per lavoro. Nel 2023 l’esecutivo aveva varato una programmazione triennale, con la cifra record di 452mila nuovi ingressi, senza però abolire la lotteria dei click-day. Nel 2024 i propositi di alleggerimento delle procedure si sono arenati. I tempi si sono nuovamente allungati, i visti da alcuni Paesi sono bloccati, e la pre-iscrizione di novembre alle liste per ottenere l’arrivo di manodopera non ha raggiunto la quota prevista. Sul fronte molto più esiguo dei provvedimenti per l’integrazione, ne va ricordato almeno uno che muove in direzione opposta alla promozione della coesione sociale: l’aggravamento delle norme per i ricongiungimenti familiari, con il raddoppio dei tempi (da uno a due anni di residenza per poterli richiedere, oltre alle lungaggini per il rilascio dei visti), insieme a controlli più rigidi sull’idoneità delle abitazioni. Mentre il governo insiste sulla pericolosità sociale degli immigrati, agisce per condannarli alla solitudine e all’anomia.