Tre decenni di riforme severe delle pensioni e misure per la povertà più generose hanno ridotto gli squilibri. Rimangono però evidenti criticità – di Matteo Jessoula e Marcello Natili

A metà anni Novanta, il welfare State italiano presentava alcuni elementi caratteristici che ne limitavano tanto l’effettività quanto l’equità nel fornire protezione contro i diversi rischi sociali: un’allocazione sbilanciata delle risorse tra i settori della protezione sociale (distorsione funzionale) a favore delle pensioni in contrasto con il sottofinanziamento delle politiche familiari, del lavoro e dell’assistenza sociale; una distribuzione iniqua delle risorse tra i vari gruppi (distorsione distributiva) a vantaggio di alcune categorie più garantite (insider) a fronte di altre meno (mid-sider) o per nulla tutelate (outsider). A questi due elementi si aggiungevano la mancanza di uno schema nazionale di reddito minimo per la lotta alla povertà ed esclusione sociale, e il sottosviluppo dei servizi sociali rispetto alle prestazioni monetarie. Faceva da corollario il persistente ruolo della famiglia come istituzione erogatrice di welfare, in contrasto con i modelli de-familizzati (o in procinto di de-familizzarsi) nell’Europa nordica e centrale. Com’è cambiato il welfare State italiano in trent’anni di riforme?

Come illustrato nel numero speciale 3.2024 per il decennale della rivista Politiche Sociali curato da chi scrive, senza dubbio vi sono segnali di una graduale trasformazione del sistema di protezione sociale italiano verso un assetto meno sbilanciato: si osserva infatti una attenuazione delle tradizionali distorsioni funzionali e distributive.

In particolare, la distorsione funzionale è stata significati vamente ridotta per effetto di due decenni di severe riforme sottrattive in campo pensionistico, cui ha fatto seguito, dopo la Grande recessione, un maggiore investimento in sussidi di disoccupazione e misure anti-povertà più generose e inclusive (vedi la tabella). L’introduzione dell’Assegno unico e universale per i figli a carico e i risparmi futuri derivanti dalle riforme pensionistiche possono ulteriormente avvicinare la distribuzione della spesa lungo l’asse funzionale alla media europea. Per quanto riguarda la distorsione distributiva, le riforme di austerità dell’ultimo decennio hanno ridotto i “picchi” di generosità nei sussidi di disoccupazione e soprattutto nel settore pensionistico per i cosiddetti insider. Nel frattempo, l’espansione della copertura dei sussidi di disoccupazione, l’introduzione di un reddito minimo non contributivo e di un assegno familiare universale hanno migliorato la protezione per outsider e mid-sider in almeno tre settori di policy, contribuendo a ridurre gli squilibri distributivi.

Nonostante i provvedimenti adottati, è però forse troppo presto per dire “addio” al welfare State all’italiana, che presenta ancora alcune evidenti criticità. In primo luogo, la spesa per politiche attive del lavoro, servizi per l’infanzia e servizi sociali rimane ampiamente al di sotto della media Ue: il welfare State italiano continua dunque a incontrare forti difficoltà nello sviluppare il settore servizi. In secondo luogo, il Governo Meloni sta facendo passi indietro -interrompendo o rallentando significativamente le riforme e, di conseguenza, gli investimenti- in ambiti come politiche per la famiglia, povertà e non autosufficienza. Infine, alcune funzioni rimangono gravemente sottofinanziate, in particolare il sempre più rilevante settore delle politiche per la casa.